1920-1945 Modernità e Tradizione (II piano – II sezione)

Nel periodo post-bellico è a Roma che inizia ad imporsi il dialogo artistico, che in breve assumerà carattere europeo, sul rapporto fra tradizione e modernità. Recensioni critiche, teorie estetiche, prese di posizione conflittuali di molti degli artisti presenti nella capitale in questo periodo fanno in modo di animare tale dibattito artistico. 

Cardinal Decano

A partire dalle pagine della rivista di Mario Broglio “Valori Plastici”, anche sulla scia delle mostre milanesi di “Novecento” organizzate da Margherita Sarfatti, e poi negli scritti teorici di recupero della tradizione, intellettuale oltre che morale ed etica, di Giorgio de Chirico. Presa di posizione culminante nella pubblicazione del suo Piccolo trattato di tecnica pittorica (1928) che diviene quasi un sillabario teorico dei tonalisti romani ma non solo, fino alla firma del “Manifesto del Primordialismo Plastico” (1933) da parte di Giuseppe Capogrossi, Emanuele Cavalli e Roberto Melli, solo per citare gli esempi più noti.

Il termine comune che ricorre con insistenza in questo libero confronto tra artisti, intellettuali e critici, può essere quindi riassunto nella volontà di guardare al passato. Guardare alla grande tradizione artistica italiana, da Giotto e la pittura del Trecento, a Paolo Uccello e Piero della Francesca, a quello che poi è stato definito come “archetipo della modernità” fra passato e presente. Così come, per la scultura, si fa sempre più sentire il possente rapporto con quella antica, greca e romana, ma anche “italica” ed etrusca, come nel caso di Arturo Martini.

Per poi arrivare, fra gli anni Trenta e Quaranta, alla rivalutazione critica di Caravaggio e del Barocco, messi in paragone con la pittura espressionista tedesca, in una anticipazione emozionale ed espressiva che, a Roma, ha come vertice la cosiddetta “Scuola di via Cavour”. Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphaël che praticavano appunto, sotto l’egida critica di Roberto Longhi, l’esasperazione dei contorni, la deformazione cromatica delle forme e la dissoluzione delle strutture, tramite l’utilizzo del tono-colore. Sono soprattutto questi artisti, con altri a loro vicini come il primo Afro, che ci raccontano anche l’evoluzione/dissoluzione di Roma, le sue demolizioni, anticipando in un certo senso la pittura urbana del giovane Renato Guttuso, di Alberto Ziveri e di tutta quella nuova generazione artistica sempre più attratta dall’espressionismo di Roma, con un occhio a Vincent Van Gogh e l’altro a Pablo Picasso.

Afro Libio Basaldella, Demolizioni/Autoritratto, 1939, olio su tela
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Afro Libio Basaldella

1939
Mario Mafai, Demolizioni di via Giulia, 1936, olio su tela
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Mario Mafai

1936
Scipione (Gino Bonichi), La via che porta a San Pietro (I Borghi), 1930, olio su tavola
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Scipione (Gino Bonichi)

1930
Mario Mafai, Le case del Foro di Traiano, 1930, olio su tavola
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Mario Mafai

1930
Orfeo Tamburi, Villa Medici, 1939, olio su tela
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Orfeo Tamburi

1939
Emilio Sobrero, Colosseo, 1927-1935, olio su tela
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Emilio Sobrero

1927-1935
Giovanni Guerrini, Paesaggio romano, 1931, olio su tavola
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Giovanni Guerrini

1931
Achille Funi, Il Colosseo, 1930, olio su tela
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Achille Funi

1930
Felice Carena,	Bagnanti, 1925, olio su tavola
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Felice Carena

1925
Giorgio de Chirico, Combattimento di gladiatori, 1933-1934, olio su tela
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Giorgio de Chirico

1933-1934